millimetrale
edt:
Don’t forget, a great impression of simplicity can only be achieved by great agony of body and spirit.
- Boris Lermontov (via neverneverland, s, w)
edt:
Tra i miei molti vizi, o tra le mie poche virtù: dipende da che lato vi fermate a guardare, c’è senz’altro quello di conservare tutto. Ritagli di giornale tenuti da parte in vista di chissà quale scopo, articoli stampati da internet, fatture, ricevute delle bollette del gas, del telefono, delle biblioteche, dépliant, quaderni usati, agende di anni così lontani che la storia stessa pare aver dimenticato la loro esistenza, appunti, fogli, fotografie. Sebbene non manchino arnesi dalla solida materialità, tipo prolunghe per periferiche obsolete, riduttori, pile usate, medicine scadute, l’infinito cimitero di termometri rotti (materiali, questi ultimi, messi da parte in vista di una più ecologica e conveniente dismissione), così come, va detto, sono presenti oggetti nuovi (quaderni intonsi, block notes puliti, puntine, nastro adesivo, una scatola di quattro evidenziatori in cui ne manca uno, verde), è di certo il materiale cartaceo, sia esso editoriale o autoprodotto, a farla da padrone. Intere foreste morte.
Conservo tutto. La cosa stride con almeno due fattori: il primo è che tali oggetti così accuratamente (si fa per dire) conservati, appaiono poi, al momento del ritrovamento, mute vestigia di un retaggio perduto, possibilità inespresse, potenziali spenti di progetti non solo mai portati a compimento, ma del tutto dimenticati. Eppure quanti erano! Quante strade sembrava mi volessi tenere aperte, quanti sentieri percorrere. Metti da parte. Tutto questo un giorno ti sarà utile (mi chiedo quanto tutto ciò mi venga dalla famiglia: ultimogenito tardivo di genitori che non hanno fatto la guerra, ma che, bambini, l’hanno vissuta).
Il secondo e più evidente motivo di contrasto è che io ricordo pochissimo. Ho scarsa memoria per gli eventi della mia vita. Una tendenza allo smemorare che per lungo tempo ho perseguito in piena consapevolezza: per quanto non ci fosse poi granché da ricordare, nulla da rimuovere (anche se sono sempre stato convinto, a differenza di Freud, che a dover esser rimossa non sono i traumi, ma la felicità), ugualmente ho sempre preferito dimenticare. (Sto pensando in questi giorni addirittura di stendere una pagina o due con il resumé di quest’anno, senza alcuna velleità che non sia la semplice funzione di memo interno. Il ministero dell’Io. Già adesso mi sorprendo a pensare di cose svolte o accadute quest’anno: Veramente ho fatto questo?) Tanto accumulo memoria esterna, extra mentale - la scrittura - tanto mi libero di quella interna; o tento di liberarla.
Mi rendo conto solo ora che i più romantici tra gli scrittori vedrebbero in questo doppio movimento il tratto tipico della gioventù: la presunzione di poter accedere in ogni momento a una riserva ancora intatta di futuro. Di essere ancora in un tempo della vita in cui è più importante mettere da parte, di contro a un tempo futuro in cui disperderemo o metteremo a frutto ciò che abbiamo raccolto. Il potenziale dispiegato.
Tutto questo - e ora conoscete un’altro mio vizio, o virtù, quello di divagare, soprattutto all’inizio. Di non cominciare mai - tutto questo per dire che oggi prendo il coraggio a quattro mani e apro un piccolo cassetto dello scrittoio, deciso a fare pulizia, mettere un po’ d’ordine. Non dico quello che ho tirato fuori (almeno tre o quattro euro in monete da uno o due centesimi, uno swatch senza pile, di quelli che si caricano scuotendoli, perfettamente funzionante, carta regalo natalizia, agende degli anni scorsi, due orecchini femminili, spaiati, gran parte del materiale elencato poco fa).
Tra i tanti fogli e foglietti ne trovo uno completamente scritto. La mia bella calligrafia quando scrivo di fretta si trasforma nella scia nervosa di un insetto in fuga, per cui mi è difficile decifrare tutto. Ci sono delle frasi, parole. Di alcune non capisco neanche se si tratta di citazioni raccolte chissà dove, appunti di lavoro o invenzioni, spunti miei. Di sicuro c’è solo la qualità dubbia, assai discutile.
In ogni caso, prima di buttare il foglio, voglio ricopiarne qualcuna qua. Magari un giorno mi saranno utili.
- Era capace di parlare dell’Odissea come della storia di un uomo partito per un viaggio d’affari durato dieci anni.
- Si accorse di essere sulla soglia di un piacevole stordimento quando, per un attimo, fu convinto di essere lui l’opera d’arte più ammirata della galleria.
- In quell’ambiente la conoscenza di figure retoriche era come in altri la familiarità con i cocktail: una cosa per fare bella figura in società ma perfettamente inutile nella vita vera.
- Mi hanno messo uno specchio sotto il naso per assicurarsi che fossi vivo.
- Avevano il nome di malattie, di medicine.
(pic via agence eureka)
Per7ume - Intervalo (part especial de Rui Veloso)
Il cantante sembra una via di mezzo tra Luca Carboni e Materazzi, la musica è una via di mezzo tra i Coldplay e i Negramaro, ma peggio. Eu adoro.
la caduta non consiste nell’aver violato l’ordine della mela (fatto che pure è accaduto), ma nel non avere voluto essere dio. il solo fatto che tu sia qui e vivo significa che hai rinunciato alla divinità, per poterti andare a sentire i concerti e guardare i film porno. il signore giesùcristo allora è sceso al tuo livello, nella degradazione e nella polvere, e ha contrabbandato nel mondo materiale l’origine della divinità, che è venuto a offrire ai vermi. nessuna rinuncia è comparabile e nessun dio l’aveva fatto, è un trucco fenomenale per cercare di salvaguardare la libertà e il valore della decisione: devo dire che se io fossi dio avrei fatto esattamente la stessa cosa. dhalgren



