millimetrale

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Portami a spasso e quando mi lasci a casa da solo, prima di uscire, accendi la TV sul 3, così guardo i cartoni.

tre anni fa avevo delle giustificazioni interessanti

Questi stralci che ho trascritto erano delle bozze scritte su carta da fotocopie di una possibile spiegazione di certe foto che facevo in vista di una mostra che dovevo fare e poi non ho voluto partecipare (leggendo il testo se ne intuisce il perchè). Sono stati scritti di getto, tre anni fa, con molta immaturità e cercando di tirarmela un po’ con le citazioni colte, che volevo fare bella impressione, ma non tirandomela troppo ch’io di certe cose mi vergogno.
Ho pensato che questo fosse un buon momento per tirare fuori certi scheletri dai cassetti e confrontarli con cosa sono ora. Anche se la spinta a riprendere questi testi è venuta da una frase di Calvino che ho letto e che sarebbe una ottima epigrafe:”solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quello che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile”.

Uhm, il testo è difficile da leggere perchè è scritto male, l’analisi logica e la scelta delle parole è irritante, ma cambiarla mi avrebbe fatto perdere troppo tempo e sarebbe rimasto un mezzo schifo. La Possibilità 2 è più breve e un po’ più affascinante, forse. Ad ogni modo rimangono un tot di frasi per cui mi prenderei a pugni.
Pubblicherò poi qua le foto a cui si riferiscono questi brani, se le ritrovo.

Il segno […] sta a indicare una parte illeggibile o cancellata fino ad essere resa tale.
Le note (*) sono aggiunte adesso.


POSSIBILITA’ UNO

Se Guido Gozzano fosse cresiuto nel 2000 oggi non si troverebbe ad avere a che fare con la scimmia Makakita e le sue piccole cose di cattivo gusto, ma con l’esasperatamente stucchevole cinema di Greenaway, il Grande Fratello, l’Oulipò ed in ultima analisi, con gli scritti di Guido Gozzano (guidogozzano?). Il suo osservarsi, criticarsi, passare i suoi difetti al vaglio di una critica cinica e un’ironia disillusa che tuttavia gli permettono di crogiolarsi nelle sue “piccole squallide amate cose” verrebbe così osservato da un terzo se stesso.
[…]
Ma è come pretendere di documentare il pensiero di qualcuno attraverso gli sgorbietti che disegna mentre sta al telefono e parla. Il succo di questa scena è la conversazione ma noi ci accaniamo sui ghirigori enigmatici, pizzini che non vogliono dire nulla. Ma non è così negativo tutto, ho vent’anni e sono cresciuto con Alighiero Boetti come idolo e osservo nei musei la sua posta e le linee che tracciava sulle buste ad indicare tragitti immaginari tra un oggetto e l’altro, ho passato pomeriggi a osservare gli ammucchi di annunci di matrimonio che Stefano Arienti raccoglieva in giro per l’Italia e (accidenti!) vederne il senso. Sentirmi partecipe e compagno nella ricerca di tracce di una vita e scoprire che tutte le tracce che ho sono soltanto stereotipi, stereotipi di tracce, persone che cercano la loro stereotipizzazione* avendone in cambio la felicità di un’empatia col luogo comune in vece di un’empatia con le persone.

Tutti questi schizzi, ghirigori, sono mappe, enormi mappe per chi vorrebbe mappare il mondo in scala 1:1, per chi ricerca risposte nella Patafisica, nella cacopedia o più banalemnte nella Scienza o nelle religioni (ma questo è uno step successivo, un livello che ci è stato abbuonato dalla storia - siam troppo cinici o troppo intelligenti per avere dei valori, step che ci giocherà brutti scherzi quando capiremo che certe cose è meglio sbrigarsele da sè.

Occorre ringraziare il post-modernismo, Pynchon e la sua letteratura fatta di reti e frattaglie (penso all’Arcobaleno) e rapporti orizzontali che permette al nostro presuntuoso adolesciente di perdersi in questa mappa 1:1 di qualcosa che sentiamo come vita, la stessa esigenza di mappare e unire i pezzi di un Puzzle gigantesco de “La vita istruzioni per l’uso” di Perec che è esplorazione centimetro per centimetro, passato per futuro di un palazzo di dieci piani col suo amore per il particolare e per le storielle sconce che è proprio di Tarantino e di Melissa P. e del raggio di sole che cade sul fiore davanti a lei che si masturba davanti allo specchio. Ringraziare lo specchio, che ci permette di masturbarci.**

Il preambolo della mappa spiega questa*** ricerca di superfici orizzontali (o verticali): le imperfezioni del cemento sono gli schizzi telefonici del muratore o del tempo, il dispiegarsi di una superficie è il rivelarsi di una nudità, ma è anche l’illusione che più ci viene mostrato più noi “sappiamo”. Come se nel processo inverso della costruzione di dadi di carta, cioè nello smontare il dado potessimo rivelare dettagli, conoscere di più, in tutta la sua profondità (di fatto annullata). Così come l’estensione nel tempo di un’osservazione non è direttamente proporzionale alla sua profondità. Un luongo pianoseguenza […]

E allora, che fare? Mi illudo che quello che io sento quando osservo i cretti e le pelli di sacco di Burri, le fotografie che Ghirri ha fatto di farticolari di mappe, i cementi e i detriti urbani di Guido Guidi e le argute/inutili/molto gozzaniani/tristi divertimenti di Vittore Fossati, che su di me, tutti, hanno una grande forza, possano veramente essere specchio e filtro verso una qualche realtà mia o esterna. E che questa realtà, come nei dialoghi di Raymond Carver nasca dalla superficialità, dal nulla e porti a qualcos’altro.

Il punto: dalla nascita della scrittura ad oggi l’uomo rappresenta e si rappresenta, nell’ultimo secolo queste forme di rappresentazione hanno raggiunto vette e abissi, strutturazioni e destrutturazioni. Posso immaginare un mio coetaneo del primo novecento a leggere i grandi romanzi di formazione, quelli che ora noi consideriamo classici, mentre io, ragazzo normale, non particolarmente intelligente o colto, borghese, figlio di un quadro medio in un azienda di leasing e di una professoressa, studente di medicina cresco, grazie ai nuovi mezzi di informazione (superfici e superfici di immagini che mi vengono offerti-dati ogni giorno) ascoltando il caso eil silenzio di John Cage e i Nmperign, studiando a scuola ee cummings, Svevo e Pirandella e leggendo “Il garage Ermetico” e le sue storie a forma di elefante, ammirando Fontana, Malevic, Mondrian, kline e Penone con la medesima passione che spingeva  un giovane dei secoli scorsi a perdersi nei romanzi e nella letteratura 6/7/8centesca e guardare un Rubens o la Cappella Sistina.
Alla stessa maniera sono disorientato dalla autoreferenzialità dei programmi televisivi, dalla metanarratività del grande fratello e dei vari reality, che sono poi l’altro polo culturale della mia vita e dei ragazzi come me.

E si vive in conseguenza di quello che si sa, e allora ecco che le mie tutte personali rassegnazioni, cinismo, catatonie trovano forma, si rispecchiano in rapporti di carne e conseguenza (attraverso i mezzi espressivi contingenti) trovano rifugio nell’esplorazione dello spazio, che qui mostro in due o tre dimensioni come vuoto, parte bianca del foglio, scheletro, impalcatura di mattoni o metallo, o semplice decorazione o vezzo a sorreggere a delineare, ad aspettare di venire riempito, ad essere già pieno di qualcosa, da quel nulla che ricavo dalla mia vita.
Secondo me questo è un percorso abbastanza necessario per arriavre a capire il mio(nostro) presente, perchè arrivare a vent’anni credendo che il maggior lascito del tuo tempo siano i Vangeli o la Divina Commedia o i Promessi Sposi einvece credere che sia 4.33 di Cage o il Merbau vi è una differenza piuttosto sconvolgente.

[…] Parto dall’errore: la supremazia della visione orizzontale.[…]

Concludo: visto che parlando di GF, post modernismo etc, la figura dell’autore è centrale e invandente darò pure un giudizio alle mie foto nella maniera più immodesta concessami: le mie foto non valgono nulla. Ci sono due tipi di nulla: uno è il nulla cosmico, un nulla “ricercabile”, il nulla del “selvaggio sapiente” che non sa e quindi non può che avere uno sguardo nudo su tutto; il secondo nulla è invece il nulla di chi studia, chessò anatomia, segue dei corsi, passa ore sui libri e poi arriva all’esame e prende ZERO. Ecco, io faccio parte di questo zero, ho studiato, so, ma mancano le basi: come Nyman, Mertens, o Marco Ponti con quello che ho non riesco che a tirare fuori emozioni da poco, stucco, decorazione d’interno, baricchismo. Le mie foto non sono altro che dei buoni sfondi desktop.




POSSIBILITA’ DUE

Per rappresentare l’infinito e le infinite possibilità si sono trovati vari mezzi nel corso della storia dell’uomo, ma ben presto ci si è accorti di come sia impossibile delineare se non con formule matematiche l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Leopardi ci mette una siepe davanti e scrive degli infiniti spazi e dei silenzi.
Io sono interesato alla siepe, i motivi sono 1: che la siepe è di per se infinita e inconoscibile per numero di foglie e gemme, disegni sul legno, disposizione dei rami, struttura atomica  e molecolare e per il suo perenne divenire nel tempo; 2:Ogni volta che io desidero conoscere qualcosa mi confronto sempre con delle siepi e mai con l’infinito direttamente (tuttavia sia la siepe è contenuta nell’infinito, sia il contrario)
Esplicito: la mia è una resa. La resa di una persona che a vent’anni non è infiammata da ideali, entusiasmi, fantasie ma continua a smorzare e a osservare i limiti, i margini delle cose, dei fogli, delle stanze, dei muri, delle foglie. Quello che ne ricavo non sono emozioni da poco ma è come un vecchio pittore che disegna una rosa, si può osservarlo e commuoversi, ma […]











*cioè un sacramento moderno. Da questa parola partiva un riferimento intertestuale a “Do androids dreams of electric sheeps? di p. kendrad Dick in cui i rapporti empatia, religione, controllo sociale sono sviscerati.

** questa frase mi è sempre piaciuta molto, riassume un po’ il narcisismo spinto di quest’epoca. e poi mi piace perchè la mia citazione borgesiana preferita parla di specchi e copula, ed è interessante fare il confronto.

*** si parla delle foto.

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